Venezia, aggressione fascista nel cuore della città:
https://www.osservatoriorepressione.info/venezia-aggressione-fascista-nel-cuore-della-citta/Un gruppo dell’estrema destra olandese aggredisce giovani veneziani con spray al peperoncino e pugni. Sei finiscono al pronto soccorso. Il Morion denuncia: non una semplice rissa, ma un’aggressione fascista dentro una città trasformata in palcoscenico della propaganda reazionaria.
Prima lo spray al peperoncino, poi le botte. Sei giovani veneziani finiscono al pronto soccorso, uno con un trauma cranico e una ferita all’arcata sopraccigliare. È accaduto sabato 12 settembre nel centro di Venezia, in zona San Bartolomeo, dove un gruppo di giovani ha incontrato una comitiva di una decina di olandesi riconducibile alla galassia dell’estrema destra internazionale. Tra gli aggrediti c’è Giovanni Fassioli, consigliere di Alleanza Verdi e Sinistra nella Municipalità Venezia-Murano-Burano.
A denunciare immediatamente quanto accaduto è stato il Laboratorio Occupato Morion, in un comunicato ripreso da Global Project, che definisce senza ambiguità l’episodio un’«aggressione fascista» contro un gruppo di giovani veneziani. Non una generica rissa tra ragazzi, dunque, ma un episodio che, secondo la ricostruzione del centro sociale, deve essere letto dentro un contesto politico preciso: quello di gruppi e influencer dell’estrema destra europea che utilizzano le città come scenografia per provocazioni, propaganda social e costruzione di consenso.
La ricostruzione pubblicata nelle ore successive conferma alcuni elementi essenziali. Il gruppo straniero sarebbe stato composto da una decina di olandesi e avrebbe avuto come figura centrale l’influencer di estrema destra conosciuto come “Jolly Time”, seguito sui social da oltre centomila persone. I giovani veneziani lo avrebbero riconosciuto mentre realizzava contenuti destinati ai propri canali e avrebbero contestato le posizioni espresse dal gruppo. Da lì la situazione sarebbe precipitata: prima sarebbe stato utilizzato spray al peperoncino, poi sarebbe partita l’aggressione fisica. Sei persone hanno dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso.
È un particolare che rende difficile derubricare quanto accaduto alla solita categoria rassicurante degli “opposti estremismi” o della “rissa politica”. Eppure è precisamente questo il meccanismo attraverso cui, da anni, la violenza dell’estrema destra viene spesso neutralizzata nel discorso pubblico: cancellare il contesto, trasformare aggressori e aggrediti in due gruppi equivalenti, ridurre la matrice politica a una generica contrapposizione tra giovani.
Il comunicato del Morion serve precisamente a rompere questa rappresentazione. Perché l’aggressione di Venezia non arriva nel vuoto. Arriva dentro un’Europa nella quale l’estrema destra non soltanto cresce elettoralmente, ma costruisce reti internazionali, linguaggi comuni, simboli, campagne e comunità digitali. La militanza reazionaria contemporanea non passa più soltanto dalle sedi dei movimenti neofascisti tradizionali. Passa da TikTok, Instagram, Telegram e dalle piattaforme sulle quali provocazione, razzismo e ricerca dello scontro diventano contemporaneamente propaganda politica e prodotto da monetizzare.
È una trasformazione che non rende questa destra meno pericolosa. Semmai ne amplia enormemente la capacità di penetrazione.
La provocazione viene filmata, montata e distribuita. L’avversario politico diventa materiale per il video successivo. Il migrante, il musulmano, l’antifascista, il militante di sinistra diventano personaggi di una rappresentazione costruita per alimentare indignazione e odio. Il confine tra propaganda digitale e violenza fisica può diventare sottilissimo: lo scontro produce immagini e le immagini alimentano nuovi scontri.
Venezia, da questo punto di vista, è un palcoscenico perfetto. Una città conosciuta in tutto il mondo garantisce visibilità, immagini immediatamente riconoscibili e una platea potenzialmente internazionale. Ma Venezia non è un set a disposizione degli influencer dell’estrema destra europea. È una città reale, abitata da persone reali, nella quale non può diventare normale che gruppi stranieri arrivino per trasformare strade e campi in scenografie della propria propaganda politica.
La questione diventa ancora più seria se si guarda al clima costruito negli ultimi mesi. La crescita dell’estrema destra europea non avviene più ai margini del sistema politico. Dalla Germania all’Italia, dalla Francia ai Paesi Bassi, parole e concetti un tempo confinati negli ambienti neofascisti sono entrati nel dibattito pubblico e istituzionale. “Remigrazione”, sostituzione etnica, invasione, incompatibilità culturale, nemico interno: il vocabolario della destra radicale è stato progressivamente normalizzato e rilanciato anche da settori della destra di governo.
Quando cambia il linguaggio, cambia anche il confine di ciò che viene considerato accettabile.
Non esiste naturalmente un automatismo per cui una dichiarazione politica produce direttamente un’aggressione. Ma esiste un ecosistema nel quale la continua costruzione di nemici sociali rende sempre più praticabile l’idea di provocarli, intimidirli e, in alcuni casi, colpirli. È esattamente per questo che l’antifascismo non può limitarsi alla commemorazione storica. Deve essere capacità di leggere il presente e di riconoscere le trasformazioni attraverso cui l’estrema destra tenta di conquistare spazio pubblico.
Il caso veneziano parla inoltre di un fenomeno che sarebbe sbagliato considerare soltanto italiano. Quella che si sta formando è una vera internazionale nera, certamente eterogenea e attraversata da differenze, ma sempre più capace di condividere campagne, parole d’ordine e nemici. Le piattaforme digitali hanno accelerato enormemente questo processo. Un influencer olandese può costruire contenuti politici nelle strade di Venezia e distribuirli immediatamente a decine di migliaia di persone sparse in Europa. La propaganda non conosce più frontiere, e neppure le reti dell’estrema destra.
È qui che l’aggressione denunciata dal Morion assume un significato che supera la cronaca veneziana. Non abbiamo davanti soltanto nostalgici che celebrano il fascismo del Novecento. Abbiamo una destra radicale contemporanea che ha imparato perfettamente i linguaggi del presente: social network, viralità, provocazione, spettacolarizzazione del conflitto. Può presentarsi con una videocamera anziché con il manganello, parlare il linguaggio dell’ironia e della libertà d’espressione, costruire il proprio personaggio come influencer. Ma quando dalla provocazione si passa allo spray al peperoncino e ai pugni, la modernità dell’involucro mostra una sostanza molto più antica.
Per questo quanto accaduto a Venezia non va minimizzato.
La solidarietà ai giovani aggrediti e a Giovanni Fassioli deve accompagnarsi a una risposta politica capace di impedire che simili episodi vengano archiviati come intemperanze da social network. Il punto non è invocare nuove leggi speciali o alimentare quel panpenalismo che la stessa destra utilizza contro movimenti e conflitto sociale. Gli strumenti per perseguire le aggressioni esistono già. Il problema è innanzitutto politico: riconoscere la matrice della violenza quando essa esiste e smettere di garantire all’estrema destra quella zona grigia nella quale ogni aggressione viene trasformata in “rissa” e ogni antifascista in corresponsabile dello scontro.
Il Morion ha fatto bene a chiamare quanto accaduto con il suo nome. Perché l’antifascismo comincia anche da qui: dal rifiuto di accettare la neutralizzazione del linguaggio con cui viene raccontata la violenza politica.
A Venezia sei persone sono finite in ospedale dopo l’incontro con un gruppo dell’estrema destra internazionale. Non servono formule equidistanti. Serve capire che cosa sta crescendo nelle nostre città e nell’Europa intera. E organizzarsi perché non trovi spazio.